Con il disegno di legge sul caregiver familiare approvato dal Consiglio dei Ministri il 12 gennaio 2026, l’Italia si avvia a costruire per la prima volta un registro nazionale dei caregiver, gestito dall’INPS attraverso una piattaforma telematica operativa da settembre 2026. Un passaggio storico per una figura che, secondo le stime del CNEL, riguarda circa 7 milioni di persone, il 60% donne rimaste finora prive di un riconoscimento giuridico omogeneo su tutto il territorio nazionale. Ma attorno a questo nuovo strumento si sta consolidando un dibattito tutt’altro che scontato: il registro è davvero un censimento utile a tutelare chi assiste un familiare fragile, o rischia di trasformarsi in un dispositivo di controllo e selezione delle famiglie più bisognose?
Come funzionerà il registro nazionale
Il meccanismo previsto dal disegno di legge è piuttosto articolato. La nomina del caregiver dovrà essere formalizzata attraverso un’autodichiarazione, alla quale si affianca l’accettazione scritta della persona designata. La procedura può essere avviata dalla persona assistita stessa oppure, nei casi di tutela legale, da un tutore, curatore o amministratore di sostegno. Una volta ricevuta la documentazione, l’INPS avrà 30 giorni di tempo per verificare i dati e rilasciare un’attestazione ufficiale che certifica la qualifica.
Il nominativo del caregiver dovrà inoltre comparire obbligatoriamente all’interno degli strumenti già esistenti nel sistema di welfare, come il Progetto di Vita e il Piano di Assistenza Individuale, creando così un collegamento diretto tra la persona assistita, il caregiver riconosciuto e le prestazioni sociosanitarie erogate.
L’utilità del censimento
Chi guarda con favore all’istituzione del registro sottolinea alcuni vantaggi concreti, in parte già evidenziati dalle stesse associazioni impegnate da anni sul tema:
- Uscire dall’invisibilità statistica: fino ad oggi l’assenza di un registro nazionale ha reso impossibile fotografare con precisione il fenomeno, costringendo enti come il CNEL a stime parziali; un archivio ufficiale permetterebbe finalmente di programmare politiche sociali basate su dati reali e non su approssimazioni.
- Accesso più semplice alle tutele: la certificazione unica sostituirebbe la giungla di riconoscimenti informali e disomogenei tra le diverse Regioni, offrendo un punto di riferimento chiaro per accedere a permessi, contributi figurativi ai fini pensionistici e al futuro contributo economico fino a 400 euro mensili.
- Riconoscimento del carico assistenziale: registrare formalmente il rapporto di cura consente di dare visibilità istituzionale a un lavoro che, pur sostenendo da anni il sistema sanitario e sociale, non ha mai avuto una collocazione ufficiale nei documenti dello Stato.
- Programmazione dei servizi territoriali: conoscere numero, distribuzione geografica e intensità dell’impegno assistenziale dei caregiver permetterebbe alle Regioni e ai Comuni di calibrare meglio l’offerta di servizi di sollievo, assistenza domiciliare e supporto psicologico.
Il censimento come strumento di controllo
Dall’altro lato, alcune voci critiche, soprattutto tra le associazioni di familiari e i primi commentatori del testo, mettono in guardia su rischi altrettanto concreti legati all’impianto della norma:
- Selettività dei requisiti: il contributo economico non è pensato come una misura universale, ma è riservato alle situazioni di assistenza più intense e continuative, con criteri stringenti che potrebbero escludere una parte consistente dei caregiver oggi attivi, pur registrati nel sistema.
- Verifica economica incrociata: la registrazione presuppone controlli su ISEE, carico orario di assistenza e requisiti reddituali del nucleo, un livello di monitoraggio che alcune famiglie percepiscono come un’ingerenza più che come un servizio.
- Centralizzazione dei dati sensibili: la piattaforma INPS raccoglierà informazioni dettagliate sulla condizione di salute, sulla disabilità e sui legami familiari, dati particolarmente delicati la cui gestione dovrà rispettare standard elevati di tutela della privacy.
- Tempi lunghi e burocrazia aggiuntiva: la costruzione dell’infrastruttura amministrativa, con un fondo di appena 1,15 milioni di euro stanziato per il 2026 a fronte dei 207 milioni previsti solo dal 2027, rischia di trasformare il registro in un adempimento burocratico che precede di anni l’erogazione di un beneficio concreto.
Un equilibrio ancora da trovare
Il bilancio emerso dal dibattito sul registro nazionale dedicato agli assistenti familiari evidenzia un equilibrio delicato tra esigenza di visibilità e rischio di burocratizzazione. Se da un lato il censimento potrà favorire accesso a diritti, misure di sollievo e sostegni economici, dall’altro permane il pericolo che uno strumento nato per valorizzare venga percepito come una forma di supervisione o condizionamento interno alle famiglie.
Perché il sistema funzioni davvero come leva di inclusione e di empowerment sociale occorrono:
- una costante attenzione all’effettiva accessibilità delle tutele;
- un adeguato finanziamento delle misure;
- politiche di accompagnamento, monitoraggio e formazione che partano dall’ascolto diretto delle esperienze delle famiglie;
- una coerenza tra registri, servizi e reti territoriali a garanzia di una presa in carico realmente personalizzata.
Cosa sapere fin da ora
In attesa dell’apertura ufficiale della piattaforma, prevista per settembre 2026, chi assiste un familiare non autosufficiente può iniziare a orientarsi su alcuni punti:
- La domanda di riconoscimento potrà essere presentata tramite SPID, CIE o CNS sul portale INPS, oppure con il supporto di CAF e patronati.
- Il riconoscimento come caregiver non farà reddito ai fini IRPEF e non inciderà sul calcolo dell’ISEE, secondo quanto attualmente previsto dal testo.
- Il contributo economico sarà compatibile con altre misure già esistenti, come i permessi della Legge 104 e l’indennità di accompagnamento del familiare assistito.
- Fino all’entrata a regime del sistema nazionale, restano attivi i registri e i bonus regionali già operativi in diverse aree del Paese, come Lombardia, Toscana e Campania.
Dott.ssa Marianna Bassetti
La Dott.ssa Marianna Bassetti � una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l�Universit� degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si � specializzata nell�analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennit�…
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