La lezione di Thomas Hill Green e le politiche di Andy Burnham


C’è qualcosa di sorprendentemente antico nella novità politica che il neo Prime Minister Andy Burnham sta cercando di imprimere al Labour britannico e mi è balzato agli occhi quest’estate, durante il mio periodo di studi all’Università di Cambridge e le lezioni del professor Graham McCann.
Il suo Manchesterism si presenta come il tentativo di chiudere la lunga stagione neoliberale: più potere alle città e alle comunità locali, maggiore controllo pubblico sui servizi essenziali, trasporti accessibili, case popolari, ma insieme collaborazione con l’impresa privata, crescita, innovazione e responsabilità fiscale.
Non è il ritorno al socialismo delle nazionalizzazioni generalizzate. Ma non è neppure la prosecuzione, appena corretta, della Terza Via blairiana.
Forse, per comprenderne la natura, bisogna andare molto più indietro. Fino alla Oxford della seconda metà dell’Ottocento e a un filosofo oggi poco frequentato nel dibattito politico continentale ma decisivo nella storia del pensiero britannico: Thomas Hill Green.
Naturalmente sarebbe arbitrario sostenere una discendenza diretta. Burnham non si presenta come un discepolo di Green. Eppure la parentela intellettuale è sorprendente.
Green morì nel 1882, diciotto anni prima della nascita del Labour Party. Era un liberale, non un socialista. E tuttavia contribuì più di molti socialisti a demolire dall’interno l’idea ottocentesca secondo cui essere liberi significasse essenzialmente essere lasciati in pace dallo Stato.
Per Green non basta che nessuno impedisca formalmente a un uomo di agire perché quell’uomo possa dirsi libero. Occorre che disponga concretamente delle condizioni per scegliere e sviluppare le proprie capacità. Un diritto all’istruzione senza una scuola accessibile, una libertà contrattuale esercitata sotto il ricatto della miseria, una libertà di movimento senza trasporti efficienti sono libertà soltanto nominali. La libertà non è dunque soltanto assenza di costrizione: è capacità effettiva di agire.
Nasce da qui una delle grandi trasformazioni del liberalismo britannico. Lo Stato non deve sostituirsi all’individuo, ma può rimuovere gli ostacoli che rendono puramente teorica la sua libertà. Istruzione, salute, condizioni dignitose di lavoro e opportunità economiche diventano così strumenti della libertà, non sue limitazioni.
È il passaggio dall’Old Liberalism al New Liberalism. Da Green, attraverso pensatori come Leonard Hobhouse, parte uno dei percorsi intellettuali che condurranno il liberalismo britannico verso una concezione sociale della cittadinanza e contribuiranno al terreno culturale sul quale crescerà il welfare state.
A quasi un secolo e mezzo di distanza, Burnham sembra trovarsi davanti a un problema curiosamente simile.
Quarant’anni di liberalizzazioni e privatizzazioni hanno prodotto nel Regno Unito una società nella quale molti cittadini possiedono formalmente una grande quantità di libertà e contemporaneamente avvertono di avere sempre meno controllo sulla propria esistenza: liberi di scegliere dove vivere, ma incapaci di permettersi una casa; liberi di scegliere un lavoro, ma non sempre di raggiungerlo agevolmente; liberi di migliorare la propria condizione, ma spesso nati in territori nei quali deprivazione e cattiva qualità dei servizi rendono difficile la mobilità sociale.
È precisamente in questo spazio che si inserisce il Manchesterism.
L’esempio più chiaro è quello degli autobus della Greater Manchester, riportati sotto controllo pubblico e integrati nel Bee Network. A prima vista è una politica dei trasporti. Letta attraverso Green diventa una politica della libertà: un autobus frequente e accessibile significa poter raggiungere un lavoro, un’università, un ospedale, uscire dall’isolamento di una periferia. Lo stesso vale per la casa e per quei servizi essenziali che costituiscono la piattaforma materiale dell’autonomia individuale.
Ma non tutto deve diventare pubblico. Ed è qui che il Manchesterism si distingue dal socialismo tradizionale. L’idea è separare ciò che deve essere sottratto alla pura mercificazione da ciò che può restare affidato alla concorrenza, all’impresa privata e all’innovazione. Stato dove il mercato non produce libertà; mercato dove produce crescita e opportunità.
Anche qui l’eco di Green è evidente: difendeva proprietà privata ed economia di mercato, ma rifiutava l’idea che ogni risultato di un contratto formalmente libero fosse per ciò stesso giusto o intangibile.
Burnham sembra così cercare una terza strada, ma non nel senso blairiano del termine. La Terza Via accettava sostanzialmente il mercato come principale meccanismo di produzione della ricchezza e affidava allo Stato il compito di correggerne gli esiti. Il Manchesterism prova a fare un passo diverso: decidere democraticamente quali sfere della vita collettiva possano essere affidate al mercato e quali no.
C’è poi un secondo elemento greeniano, forse ancora più interessante.
Per Green l’individuo non esiste nel vuoto. La sua realizzazione avviene dentro comunità, associazioni e istituzioni. Libertà individuale e bene comune non sono necessariamente antagonisti.
Anche sotto questo profilo Burnham rompe con una lunga tradizione britannica: il centralismo di Westminster. Il Manchesterism nasce infatti da Manchester prima ancora che da una teoria economica.
L’idea è che Londra non possa decidere uniformemente come debbano funzionare Liverpool, Manchester, Birmingham o Newcastle. Le comunità devono possedere poteri reali su trasporti, abitazione, formazione e investimenti. Lo Stato torna così a essere più forte nelle cose essenziali e contemporaneamente il centro diventa più debole nei confronti delle comunità. Più pubblico, insomma, non significa necessariamente più centralismo.
E qui il Manchesterism può diventare qualcosa di politicamente più ambizioso di un programma economico: una risposta alla crisi di fiducia nelle democrazie occidentali.
Una parte consistente del successo dei populismi nasce infatti dalla sensazione, spesso tutt’altro che irrazionale, che la politica non riesca più a incidere sulle cose che determinano concretamente la vita delle persone: il prezzo di una casa, il tempo necessario per raggiungere il lavoro, una bolletta, una visita medica, il destino del proprio quartiere. La politica parla di grandi indicatori macroeconomici mentre il cittadino giudica lo Stato dall’autobus che non passa.
Non è casuale che Burnham abbia cominciato a insistere sulle cosiddette everyday fixes: interventi su tariffe, bollette e problemi quotidiani, accompagnandoli alla promessa di riforme strutturali. È il tentativo di dimostrare che il potere democratico può ancora modificare visibilmente la vita ordinaria delle persone.
Qui Green torna sorprendentemente contemporaneo. La sua domanda fondamentale non era quanto Stato dovesse esserci in astratto, ma quali condizioni rendano un uomo realmente libero. È una domanda assai più feconda della vecchia contrapposizione tra Stato e mercato e potrebbe esserlo anche per il centrosinistra europeo.
Negli ultimi decenni una parte della sinistra ha parlato soprattutto di uguaglianza e diritti, mentre una parte della destra si è appropriata quasi interamente della parola libertà. Green suggeriva già nell’Ottocento che quella separazione è falsa.
Una società nella quale pochi possiedono enormi possibilità di scelta e molti dispongono soltanto della libertà formale di scegliere opzioni che economicamente non possono permettersi non è semplicemente una società diseguale. È una società nella quale la libertà stessa è distribuita in maniera diseguale.
Burnham potrebbe aver intuito qualcosa di simile.
La sfida è naturalmente enorme. Il Manchesterism dovrà dimostrare di essere compatibile con crescita, investimenti, finanza pubblica sostenibile e competitività, evitando che il ritorno del pubblico diventi ritorno dell’inefficienza. E Burnham dovrà dimostrare che un modello sperimentato in una grande area metropolitana possa funzionare alla scala di un intero Paese.
Ma è proprio questa incertezza a rendere l’esperimento interessante.
Per quasi mezzo secolo la politica occidentale si è divisa tra chi riteneva che per essere liberi occorresse soprattutto limitare lo Stato e chi pensava che per essere uguali occorresse soprattutto ampliarlo.
Forse la domanda del prossimo ciclo politico sarà diversa.
Non quanto Stato, ma quale Stato. Non Stato o mercato, ma dove il mercato aumenta la libertà e dove invece la riduce. Non uguaglianza contro libertà, ma quali condizioni minime di uguaglianza siano necessarie affinché la libertà possa essere esercitata davvero.
Thomas Hill Green pose queste domande nell’Inghilterra industriale dell’Ottocento e contribuì, da liberale, a cambiare il significato stesso della parola liberalismo.
Andy Burnham non ha bisogno di aver letto Green per trovarsi oggi davanti allo stesso problema.
Forse è proprio questo l’aspetto più affascinante del Manchesterism: mentre pretende di inventare il futuro del Labour, potrebbe stare riscoprendo una delle idee più fertili del passato britannico.
Che il compito della politica non sia scegliere tra libertà e protezione, ma costruire le condizioni nelle quali essere liberi diventi realmente possibile.




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