I redditi dei liberi professionisti in Italia salgono di più ma valgono meno — idealista/news


C’è un paradosso al cuore dei dati sui redditi dei liberi professionisti italiani: si guadagna nominalmente di più rispetto a dieci anni fa, ma si vive peggio. Non è un’impressione, ma il risultato dell’effetto dell’inflazione, secondo l’analisi del X Rapporto sulle libere professioni in Italia, elaborato dall’Osservatorio delle libere professioni, che esamina l’evoluzione reddituale dei professionisti ordinistici iscritti alle Casse di previdenza private Adepp e dei professionisti non ordinistici iscritti alla Gestione Separata Inps.

Tredici anni di redditi: il dato che smonta l’ottimismo

Tra il 2010 e il 2023, il reddito medio nominale dei liberi professionisti iscritti alle Casse Adepp è passato da 37.284 euro a 44.213 euro, con un incremento del 18,6% e una differenza assoluta di 6.929 euro. Cifre che, a prima vista, sembrano raccontare una crescita robusta. Ma una volta depurati dall’effetto dell’inflazione, i redditi reali — espressi in euro 2010 — raccontano una storia opposta: nel 2023 si attestano a 35.270 euro, con una contrazione del 5,4% rispetto al 2010 e una perdita effettiva di potere d’acquisto pari a 2.014 euro.

Il percorso che ha portato fin qui è stato tutt’altro che lineare. Tra il 2010 e il 2016, i redditi nominali dei liberi professionisti si contraggono duramente sulla scia della grande recessione: in termini reali, la riduzione è del 18,1%. Dal 2016 al 2020 si registra un moderato recupero, bruscamente interrotto dalla crisi pandemica. Dal 2021 in poi il rimbalzo è significativo: nel 2022 i redditi reali tornano al 96,9% dei livelli del 2010, per poi assestarsi al 94,6% nel 2023. Il recupero c’è, ma non è sufficiente a colmare il divario accumulato.

Il divario di genere si allarga: le donne pagano il conto più salato

La dimensione di genere introduce una frattura ancora più profonda nella lettura dei dati. Nel 2010, i professionisti uomini dichiaravano in media 42.947 euro, contro 26.360 euro delle donne: un gap già ampio, con le professioniste che guadagnavano il 61% del reddito maschile. Nel 2023, i redditi nominali salgono a 54.480 euro per gli uomini e a 29.051 euro per le donne — crescite rispettivamente del 27% e del 10% — ma in termini reali il quadro si deteriora ulteriormente: i redditi si attestano a 43.460 euro per gli uomini, con un lieve recupero del +1,2% rispetto al 2010, e a soli 23.175 euro per le donne, con una perdita del 12%.

Il divario percentuale, già elevato nel 2010, non ha fatto che allargarsi: nel 2023 il reddito femminile vale appena il 53% di quello maschile, il minimo storico del periodo osservato. La crisi pandemica del 2021 ha accentuato il fenomeno in modo particolarmente pesante per le professioniste, con una perdita reale di circa 5.000 euro rispetto al 2010, contro i 4.000 euro degli uomini. Nel 2023, nonostante la ripresa, il reddito reale femminile resta ancora inferiore di circa 3.200 euro rispetto ai livelli di inizio periodo. Le ragioni di questo divario strutturale sono molteplici: la minore anzianità professionale, la maggiore presenza delle donne nelle fasce più giovani dove i redditi sono mediamente inferiori, la segregazione settoriale che vede le professioniste meno rappresentate nei comparti a più alta remunerazione.

L’età conta: i giovani resistono meglio, i sessantenni perdono di più

L’analisi per classi d’età rivela dinamiche sorprendenti. I professionisti under 30 mostrano una traiettoria nel complesso stabile: dopo la flessione fino al 2016, i redditi recuperano e nel 2023 si attestano sostanzialmente in linea con i livelli reali del 2010 (+0,5%). Un risultato che merita però una lettura attenta: la tenuta in termini percentuali nasconde livelli assoluti bassissimi, con i giovani professionisti che nel 2023 guadagnano in media circa 13.500 euro — e in un’accezione più ampia circa 17.000 euro — a fronte degli oltre 55.000 euro della fascia 50-60 anni. La stabilità relativa è quella di chi aveva già poco da perdere.

Nelle fasce centrali — tra i 31 e i 70 anni — la perdita reale rispetto al 2010 è invece significativa e strutturale: -4,2% nella fascia 31-40 anni, -19,2% tra i 41-50 anni, -17,1% per i 51-60 anni e addirittura -24,6% per i 61-70 anni. In queste coorti, l’incremento dei compensi nominali non è mai riuscito a stare al passo con l’aumento dei prezzi, determinando un’erosione progressiva del potere d’acquisto. L’unica fascia a registrare un miglioramento significativo è quella degli over 70 ancora attivi: nel 2023, i loro redditi nominali superano dell’80% i valori del 2010 e quelli reali del 43,8%, riflettendo la presenza di professionisti con posizioni consolidate e clientele fidelizzate.

La classifica per categoria: chi vince e chi perde

Il quadro si fa ancora più articolato analizzando i dati per singola categoria professionale, ricavati dai bilanci consuntivi 2024 delle Casse private con riferimento ai redditi del 2023 e al confronto con il 2019. In vetta alla classifica reddituale si confermano gli attuari, con un reddito medio di 106.568 euro, e i commercialisti, con 88.366 euro. Al polo opposto, giornalisti e psicologi si attestano sotto i 20.000 euro.

Ma è la variazione nominale tra il 2020 e il 2024 a raccontare i cambiamenti più rilevanti. Con l’unica eccezione dei medici e odontoiatri, che registrano un lieve calo dello 0,7%, tutte le categorie mostrano incrementi nominali positivi. I più consistenti riguardano le professioni tecniche: ingegneri +77,1%, agrotecnici +75,5%, geometri +74,7%, architetti +69,8%, periti industriali +66,8%. Si tratta di categorie che hanno beneficiato direttamente della ripresa del mercato edilizio, dell’effetto Superbonus e della crescita delle attività progettuali e di consulenza.

Le crescite più contenute, invece, riguardano giornalisti (+8,9%), biologi (+13,8%), chimici e fisici (+16,1%) e avvocati (+16,8%). Ma anche qui è necessario passare ai valori reali per capire davvero cosa è successo. Alcune categorie — medici e odontoiatri, avvocati, chimici e fisici, biologi e giornalisti — mostrano un peggioramento dei redditi reali rispetto al 2020, con riduzioni comprese tra -0,3% e -15,2%. Le professioni tecniche, invece, mantengono il vantaggio anche in termini reali, con ingegneri, architetti, geometri e periti industriali che registrano incrementi tra il +39% e il +51%.

Sul fronte del divario di genere per categoria, i dati sono impietosi. I commercialisti mostrano il gap più ampio: il reddito medio maschile di 104.630 euro supera di 48.300 euro quello femminile di 56.330 euro. Seguono avvocati e ingegneri, con differenze di circa 31.000 euro. Anche tra medici e odontoiatri, ragionieri e periti industriali gli scostamenti superano i 20.000 euro. Il divario si riduce solo nelle professioni sanitarie e sociali come infermieri, biologi, psicologi e agrotecnici, dove il gap varia tra 4.800 e 7.900 euro. Ma in nessuna categoria i redditi femminili eguagliano quelli maschili.

I professionisti non ordinistici: crescita nominale, crollo reale

Un capitolo a parte meritano i professionisti iscritti alla Gestione Separata Inps — la categoria dei non ordinistici, che comprende anche alcune professioni ordinistiche prive di Cassa propria. Tra il 2015 e il 2024 il numero complessivo di contribuenti è aumentato in modo costante, passando da poco più di 323.000 a oltre 544.000 unità, con una crescita del 68,4%. La quota di chi esercita la libera professione in modalità esclusiva è salita dal 73,3% all’80,2%, segnale che per un numero crescente di lavoratori autonomi questa è l’unica fonte di reddito.

Sul piano economico, i redditi medi nominali sono passati da circa 17.000 euro nel 2015 a poco più di 18.000 euro nel 2024, con un picco di oltre 19.000 euro nel 2023. Ma la tabella dei redditi reali per chi esercita la professione come attività prevalente racconta una storia molto diversa: tra il 2015 e il 2023 l’incremento nominale è stato del 6,3%, ma i redditi reali sono calati del 12,1%, pari a una perdita media di oltre 2.400 euro. Anche considerando il periodo più recente tra il 2019 e il 2023, la flessione reale si attesta al -9,3%.


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