Si parla sempre più di energie rinnovabili, un po’ meno di materiali rinnovabili, per cui mentre delle fonti energetiche si conosce abbastanza, dei materiali edilizi rinnovabili si conosce ben poco. Con la direttiva EPBD, la dichiarata necessità di staccarsi dalle fonti energetiche fossili, annunciata dall’UE, per puntare a forme energetiche naturali e rinnovabili, ha sensibilizzato la progettazione verso l’impiego di fonti naturali alternative. Ha inoltre, di fatto, influenzato anche l’architettura e le sue forme espressive, in funzione dei principali impianti.
Quando si progetta un edificio, oggi si pensa alla sua forma, che sia armonica, proporzionata e piacevole, al contenuto che sia funzionale e abitabile, all’involucro che sia termicamente performante, e alle superfici esterne che debbono accogliere gli impianti per produrre energia, come ad esempio il fotovoltaico sul tetto insieme ai pannelli solari termici, che diventano i principali elementi tecnici indispensabili all’edificio.
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Progettare e costruire case green
Questo testo tecnico, aggiornato alla recente Direttiva EPBD (c.d. Case Green), fornisce informazioni su come si progetta e si costruisce una casa green, dalle fondazioni al tetto. L’opera è strutturata in capitoli, che fanno riferimento alle singole parti componenti costruttive dell’edificio, come le fondazioni, le pareti, il tetto, i solai, ecc.Gli elementi costruttivi e i materiali sono analizzati distinguendo le loro componenti bioedii e sostenibili, considerando che i due termini non sono sinonimi dello stesso concetto. Rappresenta il più recente e completo tentativo di sistematizzazione delle conoscenze, delle tecniche e dei materiali rappresentativi di un approccio “green” all’edilizia.Ma la bioedilizia non è semplicemente “l’arte del costruire secondo natura”. Come evidenzia l’Autore: La casa green, come ogni altra forma costruttiva, è basata su mediazioni, ovvero sull’accettazione anche di quei materiali e quelle tecnologie non propriamente derivati dalla natura, ma che costituiscono una conditio sine qua non, perché non hanno una valida alternativa “naturale” e quindi sono indispensabili al raggiungimento di uno scopo preciso.Operare green o in bioedilizia non vuol dire quindi rifiutare ed escludere a priori i materiali di sintesi, ad esempio, ma, al contrario, ottimizzarne l’uso.L’opera, quindi, per la sua completezza, il rigore scientifico e la trattazione mai astratta, guida il lettore in un appassionante percorso tecnico ed etico per imparare a progettare e costruire case sostenibili, green ed ecologiche.Roberto Sacchiarchitetto libero professionista, titolare dello studio Cultura&Ambiente, consulente CasaClima ed esperto in ecologia dell’architettura, con esperienza ultratrentennale nello studio dei materiali e degli isolanti in edilizia. Co-fondatore dell’INDEP (Istituto Nazionale di Diagnostica e Patologia Edilizia), dal 2005 svolge attività di docenza al Master Polis Maker del Politecnico di Milano.
Roberto Sacchi | Maggioli Editore 2024
Le energie rinnovabili che conosciamo
Ormai siamo abituati a riconoscere le risorse energetiche rinnovabili, rispetto a quelle fossili e non a rischio di esaurimento.
L’energia solare, sfruttata per produrre elettricità attraverso la conversione fotovoltaica e per produrre acqua calda sanitaria, attraverso pannelli. L’energia eolica, che converte il moto dei venti per produrre elettricità, attraverso singoli impianti o parchi eolici terrestri od offshore, ma anche mini impianti sugli edifici. L’energia idroelettrica, non solo relegata alle grandi centrali che sfruttano la caduta dell’acqua dalle dighe per generare elettricità, ma estesa anche ai mini, micro e pico impianti idrici nei fiumi, nei torrenti, nei laghi e nel mare, in presenza del moto ondoso, delle correnti idriche e delle cascate naturali e indotte. L’energia geotermica, che può convertire il calore del sottosuolo ai fini termici, come fonte di riscaldamento delle case o anche per la produzione elettrica, sfruttando il vapore acqueo a pressione per muovere le turbine. L’energia derivata dalla biomassa, cioè quella che sfrutta la combustione di vegetali di scarto provenienti dalla silvicoltura e dall’agricoltura, tra cui anche il legname, per produrre biogas da trazione e riscaldamento. L’energia aerotermica, catturata dall’aria dell’ambiente attraverso le pompe di calore.
E i materiali rinnovabili?
E i materiali rinnovabili?
Parlando di costruzioni, anche nell’ambito della citata direttiva EPBD, il riferimento ai materiali costruttivi non è così puntuale come per l’energia, che è un argomento molto più sentito; men che meno è così frequente il riferimento ai materiali costruttivi rinnovabili, che si identificano i quelli provenienti dalla natura, che si rigenerano spontaneamente o per intervento antropico, che sono rapidamente sostituibili, riciclabili e che offrono un bassissimo impatto ambientale, non generando scarti ingestibili.
Ma allora con queste caratteristiche quanti ne troviamo? In realtà questi si riducono a poche categorie, anzi a tre categorie: i materiali di origine vegetale, quelli di origine animale e quelli di origine marina; ma c’è chi aggiunge una quarta categoria, ovvero quelli di derivazione minerale, sulla quale però occorre aprire un capitolo a sé stante.
Quali materiali possono dirsi davvero rinnovabili
Quali sono quindi? Indubbiamente il materiale rinnovabile più conosciuto è il legno e i suoi molteplici derivati, utilizzato per l’intera costruzione statica, per i pavimenti, per la copertura delle falde del tetto e per i rivestimenti, ma anche per l’isolamento dell’involucro. Si tratta di un materiale derivato dalla lavorazione di alcune piante che, spontaneamente o con l’apporto umano, possono ricrescere e rigenerarsi.
Dai vegetali poi si ricavano diversi altri materiali con cui si producono pannelli isolanti termo-acustici di notevoli prestazioni, come ad esempio il sughero, ricavato dalle cortecce di alcune querce; la canapa che trova molteplici applicazioni come isolante termo-acustico, ma anche come elemento di alleggerimento di intonaci e di completamento di mattoni (calce-canapa); la paglia, derivata dalla parte non digeribile delle graminacee, materiale agricolo di scarto che può ottenere nuova vita per realizzare blocchi isolanti in forma di balle, oppure in pannelli isolanti previa una pressatura in aggregazione a particolari leganti; il bambù, un vegetale di rapidissima crescita, il cui fusto (o culmo), ha un’altissima resistenza meccanica, ideale per costruzioni statiche e realizzazione di pannelli termo-acustici; ma anche la cellulosa, la juta, la fibra di cocco, le fibre di lino e di cotone, la fibra d’erba e gli scarti della lavorazione del riso, tanto per citarne alcuni.
Dalla natura animale si ricavano invece due materiali isolanti di notevole qualità: la piuma d’oca e la lana di pecora, la prima impiegata come materiale di riempimento e la seconda in forma di pannelli isolanti da interparete.
Dal mare invece si lavorano alcune alghe e una pianta molto comune, la posidonia, quest’ultima, nella forma di egagropilo.
In ultimo, ma non per importanza, c’è chi indica come rinnovabile anche l’argilla, nella forma di terra cruda[1], un materiale minerale di facile reperibilità, riciclabile per moltissime volte anche per la medesima applicazione – una rarità tra i prodotti di cava – ma che in realtà rinnovabile non è. L’argilla infatti non si ripianta, non si coltiva e non viene spontaneamente rigenerata dalla natura, se non dopo un periodo che dura alcune ere geologiche, attraverso un lento processo di alterazione e disintegrazione delle rocce causato dagli agenti atmosferici. La sua continua asportazione può infatti provocare un depauperamento irreversibile.
[1] È bene specificare la differenza tra argilla e terra cruda: l’argilla è un componente minerale puro, mentre la terra cruda è un materiale composito costituito di argilla che funge da elemento legante, sabbia e fibre naturali, come la paglia o gli elementi organici secchi contenuti nella terra.
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