HANNO DIMENTICATO DI DIRE A MOSCA CHE STA PERDENDO LA GUERRA?



Kiev continua a ribadire che Mosca starebbe perdendo la guerra. Il problema è che, a quanto pare, si sono dimenticati di dirlo alla Russia, perché nel frattempo l’esercito russo continua ad avanzare al fronte e ad avvicinarsi, giorno dopo giorno, alla cintura delle città fortificate del Donbass. E non sono io a dirlo: un quotidiano tedesco ha pubblicato un’analisi della situazione intervistando un generale che descrive l’avanzata russa come lenta, certamente, ma anche inesorabile.

Ukrainska Pravda riporta le dichiarazioni del rappresentante ucraino alle Nazioni Unite, Melnyk, secondo il quale la Russia starebbe perdendo la guerra contro l’Ucraina. Di conseguenza, immagino, l’Ucraina la starebbe vincendo. Certo, la dichiarazione stona leggermente con quello che Zelensky ha ammesso nelle stesse ore, cioè un deficit di circa 23 miliardi di euro nel settore della difesa per il 2026, dopo aver già utilizzato tutto il budget che avrebbe dovuto coprire l’anno fino al 31 dicembre. In pratica hanno speso in anticipo i soldi disponibili e ora servono più fondi, molti più fondi, quindi forza europei: tirateli fuori.

Melnyk sostiene che Mosca sarebbe sotto una pressione crescente a causa delle spese militari, delle sanzioni e degli attacchi ucraini sul territorio russo. «A prescindere da tutti i barbari attacchi contro i civili in Ucraina, la Russia sta perdendo e perderà questa guerra», ha dichiarato. Quindi siamo praticamente a cavallo. È fatta. Bisogna soltanto capire se “sta perdendo” significhi che ha già perso, che perderà tra poco oppure che siamo, come ci spiegano ormai da tempo, “sulla strada della vittoria”.

Il problema è che, mentre ascoltiamo queste dichiarazioni, l’analisi del fronte racconta qualcosa di leggermente diverso.

Un quotidiano tedesco, analizzando la situazione militare e intervistando un generale, parte da una premessa abbastanza chiara: nonostante i successi dell’Ucraina contro raffinerie e centri logistici russi, le truppe del Cremlino stanno avanzando nel Donbass. I successi ucraini vengono citati, naturalmente, comprese le riconquiste di territorio di cui Kiev parla da mesi: 600, 750, 800 chilometri quadrati, 20, 25 o 30 villaggi, a seconda di chi fornisce i numeri. Il problema è che continua a non essere chiarissimo dove siano tutti questi territori recuperati, mentre quelli conquistati dalla Russia compaiono progressivamente sulle mappe.

Il generale intervistato lo dice senza troppi giri di parole: «È fondamentale comprendere che i russi stanno avanzando lentamente, ma inesorabilmente lungo il fronte», utilizzando artiglieria, bombe plananti e droni.

A quel punto arriva la domanda inevitabile: alcuni definiscono l’offensiva estiva russa un fallimento. È corretto?

La risposta è semplicemente: no.

Non lo dice Peskov, non lo dice Lavrov, non lo dice Medvedev. Lo dice un generale intervistato da un giornale occidentale. L’offensiva estiva russa, spiega, non avrebbe soddisfatto le aspettative che erano state attribuite alla Russia, anche perché l’utilizzo massiccio dei droni ha modificato completamente il modo di combattere e lascia pochissimo spazio alle grandi manovre sul terreno. Si procede con piccoli gruppi, infiltrazioni, movimenti ridotti, proprio perché concentrazioni più consistenti vengono rapidamente individuate e colpite.

Ma questo non significa che l’avanzata non esista. Significa che è diversa da quella che qualcuno continua a immaginare come una colonna di carri armati che parte la mattina e arriva a Kiev all’ora di cena.

L’obiettivo principale russo rimane il centro del fronte nel Donbass e, in particolare, la cintura delle città fortificate di Sloviansk, Kramatorsk e Kostyantynivka. Secondo l’analisi, Mosca sta cercando di avvicinarsi a questa cintura da due direzioni: da nord, nell’area di Lyman, e da sud, attraverso Kostyantynivka. L’avanzata viene descritta come «implacabile e logorante», ma soprattutto viene detto chiaramente che l’avvicinamento russo alla cintura fortificata è visibile.

Quindi il fronte conta ancora.

Possiamo evitare di parlarne, possiamo ridurre ogni avanzata a “infiltrazione”, possiamo concentrarci esclusivamente sulle raffinerie russe incendiate e sulle colonne di fumo dei magazzini colpiti, ma il problema rimane lì. Ed è proprio al fronte che si decide se un esercito sta recuperando i territori perduti oppure se continua a perderne.

Lo stesso discorso vale per i bombardamenti. Ci viene raccontata continuamente l’efficacia degli attacchi ucraini sul territorio russo, e i danni ci sono, nessuno lo nega. Raffinerie, depositi, centri logistici e infrastrutture russe vengono colpiti. Ma nel frattempo le infrastrutture, la logistica e l’economia ucraine subiscono bombardamenti molto più pesanti, con un problema in più: Kiev ha una carenza ormai evidente di sistemi e soprattutto di missili intercettori.

Il generale intervistato definisce infatti la disponibilità dei Patriot il tallone d’Achille dell’Ucraina. I russi lo sanno, gli Stati Uniti sono restii a fornire ulteriori missili e gli europei ne hanno pochissimi nei propri depositi.

E qui arriviamo al lato quasi grottesco della situazione.

Per giorni abbiamo sentito promesse: troveremo i Patriot, aumenteremo le forniture, convinceremo gli alleati, rafforzeremo la difesa aerea. Il ministro degli Esteri tedesco Wadephul, dopo la sua visita in Ucraina, ha dovuto però ammettere che la Germania non ha ancora ottenuto impegni concreti dai Paesi partner per nuove forniture di Patriot.

Tradotto: per adesso zero.

Non soltanto non sono arrivati i missili, ma non sono arrivate nemmeno le promesse che si sperava di ottenere.

E il motivo è abbastanza semplice. Molti Paesi europei che disponevano di questi sistemi hanno già trasferito parte consistente delle proprie scorte all’Ucraina. Quello che rimane serve alla difesa dei rispettivi territori. Se davvero dobbiamo credere alla narrativa secondo cui la Russia sarebbe pronta a invadere l’Europa, privarsi ulteriormente dei pochi sistemi di difesa aerea disponibili per mandarli a Kiev sarebbe una scelta quantomeno curiosa.

Non va molto meglio con il sistema europeo SAMP/T. La produzione sarebbe di poco superiore ai cento missili all’anno. Cento all’anno. Basta confrontare questo numero con il ritmo dei bombardamenti e delle intercettazioni per capire che non stiamo parlando di una capacità industriale in grado di coprire facilmente una guerra di questa intensità.

Quindi continuiamo a promettere, ma quando bisogna passare dalle dichiarazioni ai magazzini, improvvisamente si scopre che i magazzini non sono pieni.

Ed è qui che torna il problema del riarmo europeo. Abbiamo già trasferito una parte consistente delle nostre scorte, ora dobbiamo ricostituirle, spesso acquistando sistemi statunitensi, e contemporaneamente dovremmo continuare a fornire Kiev. Tutto questo mentre Zelensky chiede altri miliardi perché quelli già previsti per il 2026 sono stati consumati in anticipo.

Non mancano soltanto le armi. Mancano anche i soldi.

E naturalmente dovranno essere trovati da qualche parte.

Bombardamenti e rappresaglie: ogni escalation produce quella successiva

Nel frattempo lo scontro continua ad allargarsi anche sul piano degli obiettivi colpiti. Kiev ha iniziato a rivendicare attacchi contro strutture commerciali russe, compresi i magazzini di Wildberries e, più recentemente, quelli di Ozon, uno dei grandi gruppi dell’e-commerce russo.

Sono edifici civili, all’interno dei quali lavorano civili. In alcuni attacchi ci sono stati anche morti e feriti. Eppure la condanna che normalmente accompagna ogni bombardamento russo contro un’infrastruttura civile ucraina, in questi casi, sembra improvvisamente molto più difficile da trovare.

La Russia, prevedibilmente, risponde.

Ukrainska Pravda riporta che le forze russe hanno distrutto un centro commerciale e di intrattenimento in un villaggio alla periferia nord di Dnipro. Altri attacchi hanno colpito Konotop, nell’oblast di Sumy, con danni a edifici, un’azienda agricola e infrastrutture ferroviarie, lasciando alcune zone senza gas. Continuano inoltre gli attacchi con droni e missili, compresi missili balistici e aria-superficie.

Senza una difesa aerea sufficiente, una parte consistente degli obiettivi che Mosca decide di colpire viene effettivamente raggiunta.

Il punto non è giustificare questi bombardamenti. Il punto è capire il meccanismo dell’escalation. Ogni volta che una delle due parti compie uno step in più, l’altra risponde con uno step uguale o superiore. È successo più volte nel corso della guerra e gli analisti lo hanno detto ripetutamente.

Noi però continuiamo a presentare ogni nuovo livello dello scontro come un passo verso la vittoria.

Vedremo.

Perché intanto il risultato concreto è che Kiev colpisce più in profondità in Russia, Mosca risponde più pesantemente sull’Ucraina, il fronte continua a muoversi nella direzione delle città fortificate e l’Ucraina rimane con sempre meno capacità di difesa aerea.

Gli obiettivi militari russi colpiti quasi scompaiono dal racconto

C’è poi un problema informativo che continua a ripetersi. Quando i bombardamenti russi colpiscono obiettivi civili, i danni vengono riportati immediatamente e giustamente: edifici, abitazioni, vittime, feriti. Quando vengono colpiti obiettivi militari, logistici o industriali ucraini, invece, le informazioni diventano molto più rare.

Fabbriche, depositi, stoccaggi di munizioni, siti di produzione di droni, infrastrutture militari: se si vogliono conoscere le rivendicazioni russe bisogna spesso andare direttamente sulle fonti di Mosca, con tutta la prudenza necessaria perché ovviamente stiamo parlando della propaganda dell’altra parte.

Dalle fonti ucraine, però, queste informazioni arrivano soprattutto quando sono utili a ottenere nuovi aiuti o a dimostrare la necessità di ulteriori sistemi di difesa.

Il racconto mediatico rimane quindi concentrato sulle vittime e sulle strutture civili. Che esistono, che sono reali e che vanno condannate, ma che finiscono inevitabilmente per diventare anche uno strumento comunicativo con cui chiedere nuove armi, nuovi finanziamenti e un coinvolgimento sempre maggiore dell’Europa.

Se davvero la priorità fosse esclusivamente la sicurezza dei civili, però, prima o poi bisognerebbe almeno discutere seriamente anche dell’unico strumento che può eliminare alla radice il rischio per i civili: fermare la guerra, anche attraverso compromessi.

Invece continuiamo a raccontare che la vittoria è vicina.

Ma qual è, esattamente, la vittoria?

Questo è il punto che ormai viene completamente rimosso.

Qual è l’obiettivo raggiungibile?

Se parliamo di vittoria militare ucraina, il primo obiettivo dovrebbe essere abbastanza semplice da definire: recuperare i territori occupati e riportare i confini almeno a quelli riconosciuti internazionalmente dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica.

Quello sarebbe un risultato concreto.

Il problema è che non sta succedendo.

Mentre ci viene raccontato che la Russia sta perdendo, Mosca continua ad avvicinarsi alla cintura fortificata del Donbass. Mentre ci viene detto che gli attacchi contro le raffinerie russe stanno ribaltando la guerra, Kiev ammette di aver già esaurito il proprio budget per la difesa. Mentre si promettono nuovi sistemi Patriot, chi dovrebbe fornirli ammette di non averne trovati.

E mentre tutto questo accade, l’Europa continua a finanziare la guerra.

Il deficit ucraino nel solo settore della difesa per il 2026 è di circa 23 miliardi di euro. Prima o poi qualcuno lo coprirà, e sappiamo tutti chi verrà chiamato a farlo.

Il problema, alla fine, siamo anche noi

Tutta questa vicenda non riguarda soltanto Kiev e Mosca. Riguarda noi, perché siamo noi a finanziare una parte enorme dello sforzo ucraino, siamo noi a ricostituire gli arsenali che abbiamo svuotato, siamo noi a comprare nuove armi e siamo noi a pagare le conseguenze economiche di quattro anni e mezzo di escalation.

Energia, carburanti, bollette, inflazione, spesa militare: sono tutti problemi che arrivano direttamente nelle nostre tasche.

E la prospettiva non sembra migliorare. Anche sul gas cominciano ad arrivare segnali preoccupanti: normalmente le scorte vengono riempite durante l’estate, quando i prezzi tendono a essere più favorevoli, ma Paesi come Germania e Italia stanno andando più lentamente proprio perché i prezzi sono elevati. L’idea sarebbe aspettare una correzione del mercato e acquistare successivamente.

Il problema è che, se questa correzione non arriverà, durante l’inverno il gas potrebbe costare ancora di più.

Le stime citate parlano di possibili aumenti molto pesanti, fino al 50% per alcune aziende e intorno al 25% per le famiglie.

E allora torniamo al punto di partenza.

La Russia starebbe perdendo la guerra.

Perfetto.

Nel frattempo avanza nel Donbass, produce e utilizza missili, costringe Kiev a chiedere altri 23 miliardi, mentre l’Europa scopre di avere pochi intercettori e si prepara a spendere ancora di più per ricostituire gli arsenali.

Forse, prima di dichiarare nuovamente che la vittoria è vicina, sarebbe il caso di decidere almeno che cosa intendiamo per vittoria.

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Danilo Torresi


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